GRAZIE A DIO

Grazie a Dio non è un film-inchiesta, né un’opera di denuncia nei toni più espliciti del termine, pur affrontando uno dei temi più scabrosi e dolorosi della contemporaneità: gli abusi sessuali su minori all’interno della Chiesa. François Ozon firma qui uno dei suoi lavori più sobri e trattenuti, scegliendo consapevolmente la misura al posto dell’enfasi, il rigore narrativo anziché l’estetismo che spesso connota la sua filmografia.
Al centro, l’associazione La Parole Libérée, fondata da tre uomini abusati da bambini da un sacerdote lionese, Bernard Preynat. Le loro voci – Alexandre, François, Emmanuel – guidano un racconto che si struttura in forma corale e progressiva, nel passaggio dalla confessione intima alla denuncia pubblica. Il film scandisce questo processo attraverso un uso accorto della parola, vero discrimine morale e drammaturgico: parola scritta, parola taciuta, parola che rompe il silenzio. Ed è proprio questo rapporto tra parola e silenzio – tra ciò che viene detto, occultato, ascoltato – il cuore pulsante dell’opera.
Ozon mette in scena la violenza non tanto attraverso immagini, ma per via indiretta: nella rimozione, nella ferita che riemerge nel tempo, nell’indifferenza delle istituzioni ecclesiastiche. Tutti sapevano, tutti hanno taciuto. La piramide del potere – con l’arcivescovo Barbarin a rappresentarne l’apice omertoso – diventa allegoria di un sistema votato alla tutela dell’istituzione, non delle vittime.
Il regista rinuncia a virtuosismi, affidandosi a una regia sobria e a una scrittura essenziale ma efficace nel restituire il lento farsi coscienza del trauma e la sua trasformazione in azione collettiva. Sostenuto da un cast notevole (Poupaud, Ménochet, Arlaud), Grazie a Dio si inserisce con pudore ma fermezza nel filone del cinema che ha affrontato l’abuso clericale – da Spotlight a Il Club – ricordandoci che la parola, nel suo farsi testimonianza, può essere al tempo stesso strumento di verità e di salvezza. Bellissimo, anzi, necessario.

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