
Al centro, l’associazione La Parole Libérée, fondata da tre uomini abusati da bambini da un sacerdote lionese, Bernard Preynat. Le loro voci – Alexandre, François, Emmanuel – guidano un racconto che si struttura in forma corale e progressiva, nel passaggio dalla confessione intima alla denuncia pubblica. Il film scandisce questo processo attraverso un uso accorto della parola, vero discrimine morale e drammaturgico: parola scritta, parola taciuta, parola che rompe il silenzio. Ed è proprio questo rapporto tra parola e silenzio – tra ciò che viene detto, occultato, ascoltato – il cuore pulsante dell’opera.
Ozon mette in scena la violenza non tanto attraverso immagini, ma per via indiretta: nella rimozione, nella ferita che riemerge nel tempo, nell’indifferenza delle istituzioni ecclesiastiche. Tutti sapevano, tutti hanno taciuto. La piramide del potere – con l’arcivescovo Barbarin a rappresentarne l’apice omertoso – diventa allegoria di un sistema votato alla tutela dell’istituzione, non delle vittime.
Il regista rinuncia a virtuosismi, affidandosi a una regia sobria e a una scrittura essenziale ma efficace nel restituire il lento farsi coscienza del trauma e la sua trasformazione in azione collettiva. Sostenuto da un cast notevole (Poupaud, Ménochet, Arlaud), Grazie a Dio si inserisce con pudore ma fermezza nel filone del cinema che ha affrontato l’abuso clericale – da Spotlight a Il Club – ricordandoci che la parola, nel suo farsi testimonianza, può essere al tempo stesso strumento di verità e di salvezza. Bellissimo, anzi, necessario.
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