E’ decisamente l’anno di Ryūsuke Hamaguchi. Ancora più essenziale e minimalista (e accessibile) di Drive My Car, tre racconti (due molto buoni, ma il terzo, l’ultimo, sta una spanna sopra) declinati al femminile che raccontano di amori, ricordi, rivelazioni e coincidenze. L’erede spirituale del cinema umanista di Rohmer, ma con quel quid orientale che lo rende unico e originale. Film di parole, ma mai logorroico.