MEMORIES OF MURDER

Come dicevo qualche giorno fa, tra i tanti meriti di Parasite, c’è anche quello di aver “sbloccato” la distribuzione di questo capolavoro assoluto, epocale, senza tempo. Lontano dai consueti scenari urbani del noir, Bong ambienta il suo racconto in un paesaggio rurale, sospeso e impietoso, dove l’ironia convive con la disperazione e dove la violenza sistemica della dittatura militare filtra negli interstizi del quotidiano. Il thriller si fa così strumento d’indagine sociale, campo di sperimentazione autoriale, come sottolineato da Pier Maria Bocchi: il genere, lungi dall’essere gabbia, si rivela architettura fluida, permeabile alla storia e al trauma.
Memories of Murder si inserisce in una più ampia genealogia di opere che, come Zodiac o La promessa, esplorano la psicologia dell’investigatore fino al limite dell’ossessione. I detective protagonisti – il rozzo Park Doo-man e l’istruito Seo Tae-yoon – incarnano due approcci antitetici ma complementari alla verità, entrambi destinati al fallimento. La parabola investigativa si trasforma così in un racconto di disillusione nazionale, specchio di una Corea del Sud in transizione: dal buio della dittatura militare all’alba incerta della democrazia. In questa complessa tessitura, ogni dettaglio visivo – dal tunnel che inghiotte i personaggi, ai campi di grano che ingannano con la loro serenità – assume un valore simbolico. Ma è ancora una volta il volto di Song Kang-ho a reggere l’intera architettura: un volto che interroga senza risposte, che custodisce il ricordo e ne subisce l’ossessione.
In ultima analisi, Memories of Murder si rivela non solo un’opera seminale del nuovo cinema coreano, ma anche un lucido affresco storico e umano, in cui lo spettro dell’assassino mai catturato si confonde con quello, ben più inquietante, di una verità collettiva ancora elusa. E poi c’è QUEL finale.

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