
Memories of Murder si inserisce in una più ampia genealogia di opere che, come Zodiac o La promessa, esplorano la psicologia dell’investigatore fino al limite dell’ossessione. I detective protagonisti – il rozzo Park Doo-man e l’istruito Seo Tae-yoon – incarnano due approcci antitetici ma complementari alla verità, entrambi destinati al fallimento. La parabola investigativa si trasforma così in un racconto di disillusione nazionale, specchio di una Corea del Sud in transizione: dal buio della dittatura militare all’alba incerta della democrazia. In questa complessa tessitura, ogni dettaglio visivo – dal tunnel che inghiotte i personaggi, ai campi di grano che ingannano con la loro serenità – assume un valore simbolico. Ma è ancora una volta il volto di Song Kang-ho a reggere l’intera architettura: un volto che interroga senza risposte, che custodisce il ricordo e ne subisce l’ossessione.
In ultima analisi, Memories of Murder si rivela non solo un’opera seminale del nuovo cinema coreano, ma anche un lucido affresco storico e umano, in cui lo spettro dell’assassino mai catturato si confonde con quello, ben più inquietante, di una verità collettiva ancora elusa. E poi c’è QUEL finale.