PATLABOR 2: THE MOVIE

Vabbè, che dire? Pietra miliare. Uno dei film meno noti di Mamoru Oshii, che nel 1993 fa le prove generali per Ghost in the Shell (che uscirà due anni dopo) con questo clamoroso mix di politica, azione e filosofia. Lungi dal ricalcare lo spirito originario del franchise da cui proviene, il film se ne distacca radicalmente, abbandonando i toni leggeri e la coralità per abbracciare una riflessione cupa e disillusa sulla politica, la guerra e la natura della pace stessa. Se i fan storici del brand faticano ad accettarne la distanza dalla serie e dal manga, è proprio questo scarto a renderlo un capolavoro.
La regia di Oshii impone una visione austera e contemplativa, costruita attraverso silenzi carichi di senso, inquadrature statiche, prospettive grandangolari e dettagli immersivi che restituiscono un mondo in bilico tra realtà e simulacro. Al centro vi è una “falsa pace” – maschera fragile che copre un ciclo perenne di conflitti latenti – evocata anche visivamente in una Tokyo rarefatta, percorsa da presagi di crisi imminente. Gli uccelli, che popolano costantemente l’inquadratura, assumono la funzione di presenze totemiche: sensibili al pericolo, ma incapaci di fuggire, metafora tanto dello spettatore quanto dei personaggi.
La figura di Tsuge, ex militare divenuto artefice di un colpo di scena politico-militare ambiguo, incarna un terrorismo che si traveste da gesto teatrale, in un contesto dove ogni istituzione è contaminata. A opporglisi, la lucidità etica di Goto e Shinobu, che si muovono in uno scenario in cui l’informazione è manipolata e la verità smarrita. La riflessione di Oshii, qui più che altrove, si cristallizza in una poetica del sospetto e dell’ambiguità, dove la guerra si presenta come prolungamento inevitabile della menzogna che struttura la pace.
Il comparto tecnico asseconda perfettamente questa visione: l’animazione, tra le più raffinate del periodo pre-Ghost in the Shell, restituisce un realismo vibrante, mentre le musiche di Kenji Kawai – più atmosferiche che melodiche – si integrano con discrezione e precisione chirurgica. La sceneggiatura di Kazunori Itō, densa di implicazioni filosofico-politiche, è il contrappunto ideale alla regia, che resta però la vera forza motrice del film: Patlabor 2 è, prima di tutto, una dichiarazione d’autorialità.

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