
Scelto dalla Spagna per la corsa agli Oscar, Estate 1993 è un racconto di formazione esile solo in apparenza, capace di articolare con notevole sensibilità una riflessione sull’elaborazione del trauma infantile. Frida, sei anni, orfana di entrambi i genitori, viene accolta in una nuova famiglia in un ambiente rurale che ha il passo sospeso di una fiaba spogliata di incanto. L’adesione empatica della regista al punto di vista della bambina non si traduce in soggettivismo visivo, ma in un attento pedinamento che accompagna l’acquisizione di uno sguardo sul mondo: Estate 1993 è anche un film sulla costruzione di una prospettiva.
Con un registro vicino al documentario, la Simón distilla piccoli rituali e gesti quotidiani, incastonando nel flusso naturalistico del racconto elementi di tensione sotterranea, a tratti inquietante. La malattia, solo suggerita fino al finale, si insinua come minaccia invisibile, insinuando il dubbio che la piccola Frida, con il suo dolore muto e il suo sadismo inconsapevole, possa essere pericolosa. Domande vaghe, azioni ambigue, gesti disturbanti scandiscono il percorso di integrazione di una figura liminale, respinta e attratta da un mondo adulto incapace di comprenderla appieno.
Estate 1993 si segnala dunque per la precisione con cui delinea una soglia: quella che separa l’infanzia dalla coscienza, il ricordo dal trauma, l’elaborazione dalla dimenticanza. Un film dalla delicatezza spietata, in cui l’autobiografia si fonde con un’osservazione lucidissima del mondo infantile e della sua feroce innocenza.