
Trier concepisce il film come un “romanzo di formazione per adulti rimasti adolescenti”, e la formula funziona: Julie è caotica, impulsiva, spesso contraddittoria, ma proprio per questo profondamente umana. Il film invita a sospendere il giudizio su di lei, lasciando emergere progressivamente la complessità della sua ricerca: capire chi è, cosa vuole, come diventare finalmente responsabile senza rinunciare a se stessa. Quel “peggiore del mondo” del titolo si rivela così un’etichetta ironica, una smorfia rivolta a tutti i giudizi affrettati che la società — e noi stessi — appiccichiamo alle persone.Non tutto convince: a volte Trier eccede nelle note comiche o caricaturali, come nel ritratto della compagna ecoattivista di Eivind. Ma quando torna a scavare nei sentimenti più ambigui e dolorosi — l’amore, la perdita, la paura di crescere — ritrova la sua precisione quasi chirurgica. Alla fine, Trier congeda i suoi personaggi nel punto esatto in cui la loro corsa interiore smette di essere fuga e diventa possibilità. E ci invita, senza retorica, a rivedere le nostre stesse traiettorie incostanti: quelle corse ansiose verso mete che non conosciamo, ma che vogliamo raggiungere a tutti i costi.
Un pensiero su “THE WORST PERSON IN THE WORLD”