THE WORST PERSON IN THE WORLD

Giunto al quinto lungometraggio, Joachim Trier torna a Oslo e completa idealmente la sua “Trilogia” iniziata con Reprise e Oslo, 31. August. Stavolta al centro non c’è un uomo, ma Julie, interpretata da una magnetica Renate Reinsve (premiata a Cannes), giovane donna inquieta che attraversa la soglia dei trent’anni senza riuscire a trovare un’identità stabile. Accanto a lei, come filo conduttore dell’intera trilogia, ricompare Anders Danielsen Lie nel ruolo di Aksel, fumettista più adulto e fragile, e Herbert Nordrum nei panni di Eivind, controparte più “leggera” e spontanea.
Trier concepisce il film come un “romanzo di formazione per adulti rimasti adolescenti”, e la formula funziona: Julie è caotica, impulsiva, spesso contraddittoria, ma proprio per questo profondamente umana. Il film invita a sospendere il giudizio su di lei, lasciando emergere progressivamente la complessità della sua ricerca: capire chi è, cosa vuole, come diventare finalmente responsabile senza rinunciare a se stessa. Quel “peggiore del mondo” del titolo si rivela così un’etichetta ironica, una smorfia rivolta a tutti i giudizi affrettati che la società — e noi stessi — appiccichiamo alle persone.Non tutto convince: a volte Trier eccede nelle note comiche o caricaturali, come nel ritratto della compagna ecoattivista di Eivind. Ma quando torna a scavare nei sentimenti più ambigui e dolorosi — l’amore, la perdita, la paura di crescere — ritrova la sua precisione quasi chirurgica. Alla fine, Trier congeda i suoi personaggi nel punto esatto in cui la loro corsa interiore smette di essere fuga e diventa possibilità. E ci invita, senza retorica, a rivedere le nostre stesse traiettorie incostanti: quelle corse ansiose verso mete che non conosciamo, ma che vogliamo raggiungere a tutti i costi.

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