
Allen orchestra un melodramma visivamente sontuoso, ma profondamente disperato, in cui i personaggi vivono imprigionati in ruoli che non scelgono, nutriti da sogni ormai irrealizzabili e vincolati da un’esistenza che somiglia più a una recita dolorosa che a un’autentica esperienza umana. La messa in scena è volutamente teatrale, caricata di tinte ambrate e crepuscolari, in cui ogni luce sembra voler mascherare una crepa, ogni parola cela una rinuncia. La ruota delle meraviglie si rivela così non solo una riflessione sul desiderio, sull’illusione e sulla disgregazione dei legami affettivi, ma anche una sorta di elegia amarissima sul fallimento della messinscena chiamata “vita”. L’ultima inquadratura, crudele e definitiva, chiude il film come una sentenza: nessuno sa più cosa significhi divertirsi, nemmeno in un parco giochi. Decisamente il miglior Allen degli ultimi anni.