AKIRA

Poche sequenze cinematografiche hanno cambiato radicalmente la mia vita quanto i primi 15 minuti di Akira, che vidi, assieme ad un gruppo di amici, quando frequentavo il Liceo Classico Berchet in un grigio sabato pomeriggio di un mese imprecisato dell’anno 1992 presso il Cinema Maestoso in Piazzale Lodi a Milano. Già ai tempi Akira apparve per quello che è: una pietra miliare nella storia del Cinema (non solo animato) ed il risultato di uno sforzo produttivo titanico, senza precedenti, che segnò un punto di non ritorno nell’animazione nipponica e nel modo di raffrontarsi ad essa da parte degli spettatori occidentali: il tempo dei “cartoni animati” era finito per sempre. Akira-film, è, in primo luogo, la storia di un folle progetto produttivo: la Akira Committee, la società messa in piedi apposta per finanziare i lavori, era composta da ben dieci soggetti, tra cui figuravano tutti nomi più importanti del mondo dell’animazione nipponica del tempo, da Toho a Bandai, da Kodansha a Minichi. I costi di produzione, spropositati, superiori a un 1 miliardo di yen, venneno recuperato solo nel corso degli anni, quando vhs, laser disc, dvd si diffusero nelle case degli appassionati di tutto il mondo, desiderosi di mettere le mani su quest’opera complessa e misteriosa. Impossibile condensare in due ore il complesso intreccio elaborato da Otomo e ancora meno star dietro a tutti i personaggi dell’originale, con tagli evidenti e necessari (Lady Miyako, molto importante del manga, qui è una semplice macchietta e lo stesso Akira fa solo una fugace apparizione). Eppure il film, per quanto contorto, ambiguo, prolisso in certi momenti e sicuramente respingente, alla fine funziona: le scie dei fari delle motociclette, i tratti mostruosi e inquietanti dei vecchi-bambini, le scene di massa, la metropoli bladerunneriana, il tutto accompagnato da una colonna sonora memorabile, quest’ultima scritta da Shoji Yamashiro ed eseguita dal collettivo Geinoh Yamashirogumi. Il Cyberpunk, il tema “apocalittico” (già comune anche per i ragazzi italiani grazie al successo di Ken Shiro) non erano cose del tutto nuove per gli appassionati, ma nessuno le aveva affrontate e proposte in modo così spettacolare e brutale come avvenne in Akira. I personaggi, finemente caratterizzati, anche se nel breve tempo a disposizione e senza avere la possibilità di sfruttare il “passo lungo” del manga, la loro verosimiglianza, con il contestuale ribaltamento dei canoni stilistici giapponesi tutto kawaii e occhioni, il sangue, la droga, gli esperimenti scientifici, la violenza, il degrado: come si poteva non restare a bocca aperta? E quel finale, così criptico e quasi incomprensibile? Otomo giunse ad Akira dopo un lungo percorso, fatto di manga sempre caratterizzati dalla presenza di tematiche adulte, quali Fireball e Domu, cui l’autore aggiunge una accentuata spettacolarizzazione visiva e un’attenzione particolare alla politica, la religione, la difficile crescita degli adolescenti, il rapporto uomo/macchina (molti temi verranno poi ripresi, anche se declinati in maniera diversa da Ghost in the Shell, altra pietra miliare). Akira riceve (in particolare dalle opere di Gibson e altri) e dà (il film ha a sua volta influenzato buona parte della produzione animata fantascientifica giapponese e non, da Evangelion in poi). Se per molti anni di Akira si è parlato in relazione alla sua strabiliante realizzazione tecnica, che ha coinvolto oltre 1300 animatori, impegnati a realizzare a mano gran parte dei fondali e delle incredibili animazioni che ancora oggi rimangono ad un livello eguagliato solo da pochissimi lungometraggi e ancor meno serie televisive, col tempo anche quell’affascinante mix tra misticismo, analisi antropologica, filosofia, pessimismo cosmico e visioni apocalittiche è stato analizzato e sviscerato a dovere, risultando sempre fresco e attuale.
A oltre trent’anni dalla sua distribuzione Akira resta tutt’oggi una visione indispensabile per ogni appassionato di animazione e di cinema, un volano eccezionale per essere introdotti all’opera cartacea e un vagamente sinistro presagio nei confronti di un futuro che, diventato presente, va materializzandosi giorno dopo giorno proprio sotto i nostri occhi.

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