Stephane Brizé si conferma uno dei pochissimi eredi del cinema civile di Loach/Dardenne/Guédiguian e confeziona l’ennesimo, ottimo film sul lavoro e le sue storture, stavolta puntando i fari su un dirigente (Vincent Lindon, eccelso come al solito) stretto tra l’esigenza di tagliare teste per soddisfare gli azionisti (casualmente americani) e quella, intima e personale, di tenere insieme una famiglia a pezzi. Breve, serrato, compatto (pazzesche le sequenze delle riunioni aziendali), bilanciato, senza fronzoli e perfettamente centrato.
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