VERMIGLIO

L’arrivo di un soldato siciliano in uno sperduto villaggio sulle Alpi Retiche a cavallo della fine della Seconda guerra mondiale cambia radicalmente le vite dei membri della piccola comunità.
Il miglior film italiano dell’anno e un’opera destinata a lasciare il segno, anche a fronte di un quasi sicuro insuccesso commerciale. Maura Delpero firma una ricostruzione storica certosina, girando in modo asciutto, preciso e suggestivo, senza mai però che la forma ceda al contenuto e racconta una comunità e un periodo storico con una sceneggiatura credibile e impeccabile. I dialoghi: perfetti, memorabili nel mescolare le credenze popolari figlie dell’ignoranza, della suggestione e delle superstizioni religiose, a stilettate sagaci e pragmatiche, frutto della vita vissuta, della fatica, del lavoro duro, che vanno oltre gli insegnamenti che possono desumersi dai libri. Film stratificato e a volte arcano, che affronta compiutamente tanti temi (il ruolo della donna, l’accettazione della Morte, lo scorrere del Tempo, la fragilità dell’umano a fronte della Natura, immobile e atarassica, il passaggio dall’era rurale a quella moderna, l’accettazione del diverso) dove ogni personaggio è cesellato con un’attenzione insolita per il cinema italiano. E che cast incredibile, che fotografia pazzesca (di Mikhail Krichman, che ha lavorato spesso col grande Andrey Zvyagintsev). Davvero una visione epifanica. Candidato italiano all’Oscar 2025 come miglior film internazionale.

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