Davvero ben fatto. Un biopic formalmente ineccepibile, anche se non può contare su una messa in scena del tutto originale (Segre non è il Sorrentino de Il Divo), né su un’analisi critica del personaggio (come accadeva in Hammamet di Amelio e nel gigantesco capolavoro Esterno Notte di Bellocchio). Elio Germano si conferma abilissimo e polimorfico, aggiungendo quella di Berlinguer alle tante maschere indossate nel corso degli anni, sempre con clamorosa verosimiglianza (passare da Manfredi a Leopardi, fino a Messina Denaro non è da tutti). Più interessante come ritratto di un tempo, di una politica e di un’Italia diversa e lontanissima, non solo temporalmente, (si vede che Segre ha l’anima del documentarista e i contributi dell’Archivio audiovisivo del Movimento operaio e democratico sono eccezionali), che come fiction tout court. Un po’ carente nel tratteggiare i personaggi secondari, anodino nella composizione delle scene “familiari”, Berlinguer dà il suo meglio nei serrati dibattiti di partito, nelle visite alle fabbriche, alle Feste dell’Unità, replicati con incredibile verosimiglianza. Certo, poi ci sarebbe da riflettere su come nel giro di un paio di generazioni si sia passati da Berlinguer alla squatter svizzera, ma probabilmente è un segno dei tempi…