Che dire? Oramai Sorrentino ha scelto di abbandonare la narrazione per abbracciare in toto la suggestione. Per fortuna non si è ancora trasformato nel Wes Anderson italiano, ma Parthenope può essere apprezzato quasi e solo se si abbraccia la forma e non la sostanza. In qualità di sceneggiatore, si conferma abilissimo nello scrivere dialoghi pungenti e monologhi memorabili (il rant anti-napoletano della Ranieri/simil-Loren è epifanico in questo senso), ma pensieri e parole si disperdono in un fiume di immagini, sequenze e momenti laccatissimi, che azzerano ogni velleità di costruzione di personaggi credibili, in primis quello della protagonista, l’abbacinante Celeste Dalla Porta, di cui restano impressi solo gli splendidi sorrisi. Altri film recenti hanno saputo raccontare meglio Napoli e i suoi abitanti (Nostalgia di Martone, Napoli velata di Özpetek), mentre la visione di Sorrentino sa un po’ di posticcio, anche quando vorrebbe essere provocatoria (la “fusione”). Valida invece la riflessione sul Tempo, con la vita di Parthenope, messa in scena dalla sua nascita, negli anni Cinquanta, ai giorni nostri, che trascorre lento ma inesorabile e travolge tutto e tutti, “grande bellezza” in primis. Non il suo film migliore, insomma, ma comunque atipico e unico, nel panorama italiano.