GHOST CAT ANZU

Dopo la morte della moglie, un padre inconcludente e pieno di debiti affida la figlia Karin, di undici anni, al nonno, un monaco che vive in un tempio rurale insieme ad Anzu, un gattone fantasma quasi quarantenne, e a una nutrita schiera di personaggi bizzarri…
Dopo Totoro, Anzu.
Ok, non è proprio lo stesso, ma ci accontentiamo: le avventure estive della teenager protagonista e del sardonico micione, perfettamente integrato tra gli umani, inizialmente ricordano il magnum opus di Miyazaki, ma nella seconda metà, allo stesso tempo frizzante, demenziale e malinconica (la ragazzina trova un modo per entrare nel mondo dei morti dove trova la madre da cui non vuole separarsi e viene salvata dal gatto e dai suoi amici), Ghost Cat Anzu trova una sua precisa identità. Caratterizzato da personaggi totalmente fuori di testa (il top è “il Dio della povertà”, un mentecatto che ha come missione nella vita di rompere le palle agli indigenti), il film conferma il genio assoluto di Nobuhiro Yamashita, per la prima volta alla regia di un film animato, ma già artefice in passato di tanti capolavori della cinematografia nipponica (Linda Linda Linda, Tamako in Moratorium, My Uncle). Finale struggente e bellissimo.

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