
Candidato danese come miglior film internazionale (è nella cinquina finale), il film di Van Horn inizia e finisce come dramma dickensiano ed è costantemente ricchissimo di spunti di riflessione, ma nella sua parte centrale assume quasi la forma dell’horror/thriller, sensazione enfatizzata dal gelido bianco e nero (che richiama quello, citazionista, di Nosferatu) della sontuosa fotografia di Michal Dymek. Lo stesso Van Horn apre il film con una sovrapposizione di volti che sarebbe piaciuta a Lang o Browning (non manca nemmeno il freak, infatti). La svolta narrativa della seconda parte del film, non spoilerabile, funziona a metà, facendo perdere centralità al personaggio principale e generando nello spettatore forte interesse per un altro, fino ad allora secondario (ma centrale nella risoluzione del mistero), che avrebbe forse meritato maggior approfondimento. Resta comunque un’opera sincera e vibrante, bellissima da vedere, ottimamente interpretata da un valido cast (in primis Vic Carmen Sonne, irriconoscibile rispetto a Holyday), forse un po’ troppo “cinefila” (proprio come quella di Eggers), ma che riesce spesso a inquietare e deprimere, come vuole la Weltschmerz, il senso di tristezza universale che abbraccia l’intera esistenza del mondo. Promosso, in giro e in futuro in sala.