Altrimenti noto come il “biopic” che non lo era. Assolutamente affascinante e fuori dagli schermi la terza regia di Brady Corbet, che si fa prendere da manie megalomani per raccontare la finta ma verosimile storia dell’architetto ebreo László Tóth emigrato dall’Ungheria negli Stati Uniti nel 1947. Già il memorabile incipit con la Statua della Libertà rovesciata sembra essere una dichiarazione programmatica, le quasi tre ore e mezza seguenti (un vero tour de force, specie nella lentissima parte centrale, forse la meno riuscita, tant’è che l’intervallo è davvero salvifico, sia per chi sta in sala ma pure per chi se lo vede a casa…) non fanno che confermare le picconate che l’autore impartisce al capitalismo yankee e alle sue inevitabili storture. Un cast grandioso (Brody e Jones sono eccelsi, ma vogliamo parlare dell’ennesima performance assoluta di Pierce, sempre sottovalutato?) regge all’impatto di uno script densissimo, a volte totalmente fuori fuoco (i riferimenti alla Shoah, lo stupro subito dal protagonista), ma coerentemente improntato all’eccesso, alla grandiosità, alle cattedrali costruite nel nulla con acciaio e cemento armato. Siamo dalle parti del Coppola (lucido) degli anni ’70, del Cimino di Cancelli del Cielo o delle opere di Paul Thomas Anderson, che raccontano le vite impensabili di personaggi incredibili (e, appunto, spesso inventati di sana pianta).E d’altra parte, l’arte è forse l’unica strada per emendare le miserie umane e farne qualcosa di eticamente superiore. Decisamente imperfetto, ma a suo modo memorabile.
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