JULIE KEEPS QUIET

Una giovane promessa del tennis viene coinvolta in uno scandalo quando, a seguito del suicidio di una ex-allieva del suo club, il suo coach viene sospeso dal servizio…
Esordio promettente, questo di Leonardo Van Dijl, che racconta una storia di sport, omertà più o meno consapevole, abusi (presunti), bias e dominazione psicologica. La Julie del titolo, una eccelsa Tessa Van den Broeck, viene spinta a testimonare contro il suo allenatore, sul quale gravano prove un po’ troppo fumose, e, come da titolo (Julie Keeps Quiet, quello internazionale), tace. Ha paura di conseguenze personali? Non vuole mettere a repentaglio la sua carriera sportiva? Semplicemente non le interessa? Lo script sottile di Van Dijl e Ruth Becquart suggerisce ma non spiega, più attento a rappresentare l’ecosistema adolescenziale, il rapporto con gli adulti, le gerarchie sportive, presenti anche in tenera età, che a svelare il mistero (anche se il finale prende una direzione precisa). Molte le somiglianze con Slalom di Charlène Favier del 2020, che partiva da presupposti smili, ma Julie Keeps Quiet mantiene sempre una sua identità precisa, anche grazie alla bella fotografia desaturata di Nicolas Karakatsanis e alla musica atonale di Caroline Shaw. Candidato belga come miglior film internazionale agli Oscar 2025.

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