HOKAGE

Shinya Tsukamoto non fa sconti, mai e a nessuno. Una carriera luminosa, eclettica, ricchissima di titoli fondamentali per la cinematografia giapponese (Tetsuo, Snake of June, Kotoko…) che si arricchisce di un altro doloroso capitolo con questo Hokage, che racconta la storia di tre disperati (una donna che gestisce un piccolo ristorante e si prostituisce, un bambino abbandonato e un soldato reduce dalle Filippine che soffre di un disturbo da stress post-traumatico che lo porta a scatti d’ira improvvisi) nel Giappone distrutto e annientato dell’immediato dopoguerra. Film attualissimo, peraltro, che ragiona sugli orrori del mondo e su quelli perpetrati dal genere umano che non impara mai nulla dalla storia e dal passato ed è, a quanto pare, destinato a ripeterli all’infinito. Tsukamoto non lascia speranze: il suo sguardo, empatico ed umanissimo, non può che limitarsi a constatare e mettere in mostra le follie del mondo e le persone, divenute fantasmi tangibili, vittime di una ferocia senza fine. Concettualmente vicino al capolavoro ghibliano Una tomba per le lucciole, ne condivide il valore politico e contemporaneo e la straordinaria qualità artistica.

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