
Potente ed efficace affresco familiare, che rilancia alla grande la carriera di Salles, un altro cui le trasferte americane hanno fatto più male che bene, che sceglie una strada diversa dal classico film di denuncia e che, specie nella prima parte, convince appieno. Fernanda Torres si carica sulle spalle famiglia e film, con una performance di grande spessore e riesce sempre a evitare il prevedibile melodramma. Sullo sfondo, il Brasile di quegli anni, in equilibrio tra la samba, la nazionale verdeoro più forte di tutti i tempi, il modernismo e con lo sguardo volto al futuro e la gretta quotidianità della dittatura. Salles ragiona sull’importanza della famiglia, della casa e delle fotografie, che permettono alla memoria di persistere e resistere al Tempo e alle vessazioni, si perde un po’ nel finale, forse troppo didascalico (il racconto procede per blocchi temporali, dal 1971 si passa al 1996 e poi al 2014) ma che permette al regista di riportare in scena Fernanda Montenegro, ultranovantenne, protagonista di Central do Brasil, proprio il film con cui iniziò la sua carriera. Un film sul Tempo, i ricordi e la Storia. Premio Oscar 2025 come miglior film internazionale.