NICKEL BOYS

Florida, 1962, il giovane Elwood Curtis è stato accettato presso un college ma accetta un passaggio da uno sconosciuto che si rivela un ladro d’auto e viene fermato dalla polizia e finisce alla Nickel Academy, un riformatorio-lager…
Misteriosamente ignorato dall’Academy agli Oscar, dove pure era giustamente candidato come miglior film, Nickel Boys riesce ad essere al tempo stesso un capolavoro avanguardista, un porting letterario sopraffino e uno splendido esempio di amicizia maschile. Originale nella forma (la pellicola è tutta girata seguendo un punto di vista in prima persona, che si alterna tra i due protagonisti, che vediamo inquadrati solo quando si guardano o sono riflessi su un vetro o uno specchio), Nickel Boys riesce a portare su schermo un grande romanzo americano (adattamento dell’opera dello scrittore afroamericano Colson Whitehead, che con questo romanzo ha conquistato il suo secondo premio Pulitzer, dopo quello vinto con “La ferrovia sotterranea” (poi diventato l’omonima miniserie diretta da Barry Jenkins) conservando però una propria, precisa, identità. Il regista e sceneggiatore RaMell Ross non spreca un solo dialogo o inquadratura e costruisce, con taglio “malickiano” ed un montaggio originale e sui generis, un’opera di denuncia potentissima e immersiva ma dotata di poesia e leggerezza che suggerisce senza mostrare (la violenza è solo supposta, relegata fuoricampo, mai esplicitata). Promosso.

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