TOKYO FIST

Giappone, metà anni ’90: Tsuda è un agente assicurativo di Tokyo che vive una pigra relazione con Hizuru. Le cose cambiano al palesarsi di un vecchio compagno di scuola, Kojima, di professione pugile, che seduce Hiruzu e mena a sangue Tsuda. Quest’ultimo brama vendetta…
Massima stima e supporto a Cat People che porta in sala contemporaneamente nove titoli di uno dei più illuminati e sagaci registi degli ultimi anni. Con Tokyo Fist si torna al Giappone post-bolla, depresso e deprimente, illuminato da una livida luce blu, capace di fagocitare gli individui e portarli alla follia. E parecchio folli sono i protagonisti di questo atipico, brutale e violentissimo triangolo: col protagonista, classico sarariman oppresso e alienato (lo stesso Tsukamoto, che qui è anche produttore, coautore del soggetto, sceneggiatore, montatore, direttore della fotografia e scenografo) che impazzisce di gelosia, la fidanzata che scopre un insolito amore per la violenza, anche autoinferta e il rivale che appare pazzo e basta. Tsukamoto sovverte il reale, abbraccia la Morte (rimossa dall’Occidente, e dal longevo Giappone in primis, vedi la scena del decesso del padre), rammenta il valore del sangue, del dolore e della sofferenza ad una società oramai anestetizzata (già allora! Pensa oggi…) e firma un film attualissimo, che parla di vendetta e ribellione con immagini frenetiche, inquadrature assurde e inevitabile ultraviolenza.

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