GRAND TOUR

Edward, funzionario coloniale inglese, fugge dalle nozze attraversando l’Asia; Molly, la promessa sposa, lo insegue…
Presentato in concorso a Cannes 2024 (vittoria come miglior regia), è un’opera atipica, affascinante e complessa, che mescola cinema narrativo, diario di viaggio e riflessione postcoloniale in una forma visiva stratificata e sfuggente. La vicenda amorosa è solo un pretesto per un’indagine più ampia sullo sguardo occidentale e sulla rappresentazione dell’Oriente.
Girato in pellicola 16mm con un’alternanza tra bianco e nero e colore, e impreziosito da inserti teatrali, spettacoli di marionette, musiche anacronistiche (come Strauss) e una pluralità di voice-over multilingue, Grand Tour costruisce un mondo estetico denso, evocando tanto il cinema classico quanto il reportage. Parte delle riprese, realizzate durante la pandemia, sono state condotte da remoto: Gomes era a Lisbona, mentre la troupe girava a migliaia di chilometri, in Cina. Questo vincolo produttivo si è trasformato in cifra stilistica: la distanza, l’impossibilità di una visione univoca, diventano elementi centrali sia nella forma che nel contenuto. Arduo da approcciare, ma dategli una possiblità, potrebbe stregarvi (o annoiarvi a morte, chiaro).

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