
Niente politica, almeno espressamente (c’è, c’è, solo che non si vede), ma tanto sociale e umano nel nuovo film di Robert Guédiguian, oramai rimasto solo, dopo il meritato pensionamento di Ken Loach, a presidiare il “cinema civile” (inteso come quello che tratta la disparità sociale ed economica, che ovviamente non interessa più a nessuno, men che meno ai ricchi borghesi progressisti…). La sua regia invisibile ed il solito gruppo di attori fidatissimi (Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan, Grégoire Leprince-Ringuet) raccontano un appassionato intreccio di vite normalissime, destabilizzate dalla scoperta di un furto “a fin di bene” che avrà conseguenze imprevedibili. Un’opera sempre intelligente, mai cinica e spesso ottimista, quindi necessaria, specie in questi tempi caratterizzati da un’umanità oscena e orribile. Fantastico, in questo senso, il prefinale con il monologo letterario dell’amatissimo Darroussin, che trascende il Tempo e lo Spazio, perché i problemi che ci attanagliano, alla fine e in ogni epoca, sono sempre gli stessi.