YI YI

Visto che a Cannes hanno or ora proiettato la versione restaurata, mi sono rivisto, a distanza di svariati lustri, il bellissimo YI YI, di Edward Yang, che proprio con questo titolo vinse nel 2000 il premio per la miglior regia.
Il film racconta la vita nei suoi aspetti più semplici e profondi, attraverso il ritratto quotidiano di una famiglia taiwanese. Ambientato tra un matrimonio e un funerale, si sviluppa con un ritmo lento e meditativo, seguendo i pensieri, le emozioni e i piccoli gesti dei personaggi. Le storie si intrecciano con delicatezza: un uomo alle prese con una crisi professionale, la moglie sconvolta dalla malattia improvvisa della madre, una figlia adolescente coinvolta in triangoli sentimentali, un bambino sensibile e riflessivo che osserva il mondo con innocente filosofia. Proprio lui, Yang Yang, diventa simbolo del film stesso, fotografando le persone di spalle per rivelare la parte che non vedono di sé, metafora dell’autoconsapevolezza e dello sguardo cinematografico. La regia, sobria e raffinata, costruisce le immagini come quadri, alternando primi piani, lunghe inquadrature fisse e scene girate a mano. Il risultato è un mosaico di emozioni che parla della condizione umana in tutte le età — dall’infanzia alla vecchiaia — mostrando come, in fondo, tutti condividiamo le stesse domande e fragilità.

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