
Premio per la regia nell’edizione 2016 del Festival di Cannes, Harmonium sbalordì il mondo e confermò il grande talento di Koji Fukada, poi confermato da The Real Thing e soprattutto Love Life.
Qui, vestito da thriller (che non è), l’autore dipinge un ritratto terrificante della famiglia, istituto privo di senso e significato, che si regge sulla reiterazione di momenti chiave (colazione, cena, scuola, banalità assortite), senza che vera empatia esista tra marito, moglie e figlia. L’arrivo dirompente dell’estraneo (interpretato dal grandissimo Tadanobu Asano, maschera tragica e impenetrabile), che porterà dolore e morte, pare essere la conseguenza naturale delle menzogne si cui si basa il rapporto tra gli adulti (tutti? verrebbe da pensarlo…). Fukada utilizza i colori, i suoni, dettagli particellari (una confessione cruciale declamata da un personaggio mentre si taglia le unghie dei piedi…) e gira almeno tre sequenze memorabili, dividendo il film in due parti distinte non solo da una cesura temporale di otto anni, ma da uno stile e un ritmo totalmente diversi.