
Un film bizzarro, anarchico, proteiforme, ricco di sequenze memorabili (i tantissimi long take, specialità del regista, a cominciare da quello iniziale) e non sense, cicaleggio continuo, canzoni, personaggi sopra le righe, a volte un po’ sconclusionato, ma di indubbio interesse, specie per chi ama la cinematografia orientale. Già ai tempi, siamo nel 1983, il cinema nipponico sapeva descrivere meglio di qualsiasi altro il delicato passaggio dall’adolescenza all’età adulta (non siamo bambini ma nemmeno grandi, per citare una delle tante canzoni presenti nel film) e non si possono non vedere nell’opera di Shinji Sōmai elementi tipici che caratterizzano le opere dei suoi eredi attuali, Hirokazu Kore’eda in primis.