DANCER IN THE DARK

Torna nelle sale l’antimusical misantropo dell’amatissimo Von Trier, Palma d’oro di una edizione memorabile (anno 2000) del Festival di Cannes (per dire, c’erano anche Eureka di Shinji Aoyama, In the Mood for Love di Wong Kar-wai e Yi Yi di Edward Yang + Requiem for a Dream di Darren Aronofsky e La tigre e il dragone di Ang Lee fuori concorso…). Selma, interpretata da una oggettivamente intensa Björk (premiata come miglior attrice), è una figura tragica: disinteressata a se stessa, si sacrifica per garantire un futuro migliore al figlio, ma viene tradita da un sistema che punisce chi non ne segue le logiche. La narrazione alterna uno stile iper-realistico, a momenti musicali luminosi e colorati, girati con oltre 100 videocamere digitali (quasi avveniristici, per quei tempi). Ogni brano nasce da rumori quotidiani – una macchina, un treno, un giradischi – che si trasformano nella mente di Selma in coreografie vibranti e piene di (vana) speranza: una denuncia radicale contro l’imperialismo culturale (americano) e la violenza sistemica del capitalismo. L’ultima scena – Selma che canta mentre viene impiccata – è l’ultima epifania: non c’è evasione possibile, non c’è lieto fine (già allora, pensa oggi).

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