
“Nel futuro”
Giappone, metà anni ’90, una sveglia ragazzina undicenne deve affrontare il divorzio, per lei incomprensibile, dei genitori, che diventerà un viaggio iniziatico, una parabola allegorica per riflettere sul dolore, sulla perdita e sul misterioso momento in cui si dice addio all’infanzia.
Capolavoro assoluto.
Fin dalla prima scena – una cena famigliare attorno a un tavolo triangolare, irregolare e simbolico – Sōmai costruisce un mondo fatto di geometrie spezzate e relazioni diseguali. La ragazzina protagonista, Renko, occupa il lato più corto del triangolo, come a dire che, nonostante sia il centro emotivo della storia, è quella con meno spazio e meno potere decisionale. Quando la madre cerca di riorganizzare la nuova vita madre-figlia con un contratto domestico, Renko si ribella. Tenta in ogni modo di sabotare la separazione: nasconde le carte del divorzio, si barrica in bagno, organizza un ultimo disperato viaggio di famiglia al lago Biwa. La seconda parte del film (gli ultimi venti minuti sono assolutamente incredibili per potenza emotiva) si sposta in una dimensione quasi onirica, che vede Renko intraprendere un viaggio spirituale e simbolico. Attraverso il fuoco e l’acqua, la bambina affronta il lutto, la nostalgia, l’inevitabile bisogno di lasciar andare. L’approccio di Somai qui si avvicina a quello di Miyazaki: raccontare l’infanzia non solo con empatia, ma attraverso l’esperienza emotiva del cambiamento.