
Un’opera di annichilente bellezza, clamoroso coraggio, impensabile originalità.
Se l’inizio potrebbe far pensare ad una sorta di Breakfast Club nipponico, la regia di Somai ribalta quasi subito la situazione: qui l’adolescenza è mostrata nella sua autenticità: confusa, contraddittoria, impulsiva. I personaggi non sono ridotti a stereotipi, né le loro azioni vengono spiegate o giudicate. Non c’è un vero percorso di crescita né un messaggio rassicurante: il film si limita ad osservare, lasciando emergere le emozioni grezze e inspiegabili tipiche di quell’età. I momenti surreali non mancano: epifanica la sequenza del suicidio di uno dei personaggi, che prima affastella sedie e tavoli per raggiungere la finestra, declama un discorso profondissimo, si butta e viene trovato in una posa “da cartoon Hanna & Barbera” con le gambe divaricate e il busto nel fango. Sōmai utilizza lunghi piani sequenza e una regia sobria, senza primi piani, per mantenere una distanza rispettosa dai personaggi. Ogni inquadratura sembra volerli proteggere, restituendo alla giovinezza la sua complessità e il suo mistero. Le scene più forti, come un tentato abuso, non vengono accompagnate da spiegazioni né risoluzioni, ma si dissolvono nel flusso del tempo, come a riflettere la fugacità e l’ambiguità dell’esperienza adolescenziale. Typhoon Club alterna toni, generi e stati d’animo, mescolando dramma e commedia con naturalezza. Sōmai rifiuta la struttura classica, preferendo una narrazione libera, sospesa, dove gli adulti sono figure assenti o confuse (anche i protagonisti diventeranno così?) e dove i ragazzi restano intrappolati in una stagione della vita che scorre come l’acqua e il vento del tifone: impetuosa, irrazionale, inafferrabile.