4 MOSCHE DI VELLUTO GRIGIO

Roberto, musicista e sposato con una ricca ereditiera, viene pedinato, tormentato e infine spinto sull’orlo della paranoia da un misterioso individuo mascherato che lo ha visto commettere un omicidio…
Terzo e ultimo capitolo della cosiddetta “trilogia degli animali”, è un film che già dai titoli di testa dichiara con fierezza la propria natura sperimentale e visionaria, con le sue inquadrature eccentriche, come quella dall’interno della chitarra o la mosca spiaccicata tra i piatti della batteria. Da qui si sviluppa un thriller sempre più onirico e irrazionale, che segna un passaggio chiave nella carriera di Argento: dalla logica investigativa verso un linguaggio dell’orrore più emotivo, che anticipa le derive barocche di Profondo rosso e Suspiria. Le sequenze dei delitti sono costruite con maestria, ricche di trovate visive e citazioni raffinate (memorabile quella a Val Lewton nel parco chiuso). Non mancano bizzari momenti di alleggerimento, come il personaggio del postino, la mostra di bare e gag totalmente fuori contesto, che portano il film in un terreno ibrido, che alterna horror e commedia all’italiana. Il finale, pur appoggiandosi a una psicologia un po’ forzata, chiude efficacemente la narrazione, con un colpo di scena ben costruito e visivamente memorabile. Buono il cast, specie nei personaggi secondari, Mimsy Farmer è, come sempre, inquieta e intensa; Francine Racette regala sensualità e ambiguità al suo ruolo; Marielle sfugge al macchiettismo grazie alla sua classe (e non dimentichiamo Bud Spencer e Oreste Lionello!).

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