
Made in Hong Kong di Fruit Chan rappresenta uno snodo cruciale per la cinematografia dell’ex colonia britannica, realizzato pochi mesi dopo il ritorno sotto la sovranità cinese nel 1997. Il titolo stesso è una dichiarazione d’identità: un’opera che nasce in un momento di transizione politica e sociale, specchio del disagio delle classi popolari abbandonate a loro stesse. La storia, tragica e pessimista, segue le vite di tre personaggi: Moon, adolescente disilluso che ha abbandonato la scuola ed è coinvolto in piccoli traffici per conto di un gangster, Sylvester, un suo amico con disabilità cognitive, e Ping, una ragazza gravemente malata.
Fruit Chan, lavorando con un budget minimo e attori non professionisti (tutti fantastici), costruisce un linguaggio cinematografico diretto e istintivo. Utilizzando un montaggio frenetico, rallenty, movimenti improvvisi e inquadrature sghembe, Chan combina realismo crudo e urgenza narrativa con una precisione formale sorprendente, trasformando la povertà dei mezzi in cifra stilistica. A distanza di vent’anni dalla sua uscita, Made in Hong Kong conserva intatta la sua potenza espressiva e la sua attualità. È un requiem in forma di cinema per una gioventù sacrificata (i protagonisti, non trovano né riscatto né redenzione), un’umanità relegata ai margini, un luogo/mondo che cambia troppo in fretta per potervi appartenere…