
Girato con attori non professionisti, tra cui lo straordinario Wang Hongwei, il film è immerso in un tempo sfocato e indecifrabile. La Cina che vi appare è quella degli anni post-Mao e post-Tienanmen: contraddittoria, invasa dalla modernità tecnologica ma ancora segnata da un sottosviluppo strutturale evidente. La vita urbana e quella rurale si confondono in un paesaggio indistinto, dove domina una presenza costante e quasi opprimente dei media e delle forze dell’ordine. La macchina da presa segue Xiao Wu come un testimone silenzioso, partecipe ma non invadente, evocando modelli di cinema contemplativo e vagabondo, quello di Pasolini o Bresson. In Xiao Wu, il rumore di fondo della modernità — televisori, megafoni, clacson — non appartiene ai personaggi ma li attraversa, segno di un mondo che li ignora o li sovrasta. Jia Zhangke costruisce così un film che, a molti lustri di distanza, si può definire precursore, avendo la capacità di anticipare e raccontare molti dei problemi che affliggono la Cina ai giorni nostri.