RAN

Mi sento perso
Tutti gli esseri umani lo sono
Ran – termine che in giapponese significa “caos” o “disordine” – monumentale film classe 1985, rappresenta forse la summa formale e poetica del cinema del maestro nipponico.
Ispirato liberamente al Re Lear shakespeariano, Ran traspone il dramma dell’anziano re tradito dai propri eredi all’interno dell’universo epico del jidaigeki e del teatro , sostituendo le figlie del testo elisabettiano con tre principi votati all’ambizione, e lo scenario britannico con i paesaggi maestosi del Giappone medievale. Kurosawa orchestra un affresco grandioso, dove il lirismo si fonde con il visionario: scenografie colossali, battaglie coreografate con rigore pittorico e un uso simbolico del colore quasi “almodovariano” (al netto delle ovvie differenze), contribuiscono a dare forma a un’opera che riflette sull’avidità umana, sulla decadenza morale e sulla vanità dell’ambizione. Memroabile la sequenza dell’assedio del castello che si svolge in un silenzio innaturale, con le immagini del massacro accompagnate soltanto dalla musica di Tōru Takemitsu. Finale struggente e apocalittico.

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