
Shōhei Imamura affronta con furia antropologica e crudezza visiva il tema della morte rituale in un villaggio isolato tra le montagne, dove gli anziani vanno scientemente a morire per non pesare sulla collettività (interessante notare come, molti anni dopo, il tema sarà trattato in chiave futuribile nello splendido Plan 75). L’autore reinterpreta il romanzo di Fukazawa fornendogli un realismo radicale, corporeo, viscerale, brutale, selvaggio, senza compromessi, in cui la legge tribale non è mostrata come aberrazione, ma come necessità in un contesto di pura sussistenza. L’autore inserisce il dramma individuale in un universo rurale brutale e primitivo (il neonato morto come concime per la terra), fatto di fame, accoppiamenti strategici, punizioni collettive (la famiglia di ladri sepolta viva) e una religiosità dove gli dèi convivono con i fantasmi degli avi. Imamura filma un film acre e sgradevole, che non è solo un lamento funebre ma un’ode aspra e vitale all’integrità della civiltà contadina. In questa prospettiva, anche la Morte, onnipresente nel film, appare come tappa ineludibile di un ciclo eterno.