
Donne forti dall’Est: dopo il capolavorissimo bulgaro Blaga’s Lessons, arriva dal Kosovo, con quattro anni di ritardo, un altro splendido ritratto femminile di resistenza e resilienza. Il presunto suicidio si intreccia a una struttura narrativa di taglio quasi thriller, ma il genere è strumentale: serve a smascherare un tessuto sociale corrotto e patriarcale, in cui le donne, pur essendo colonne portanti della comunità, restano invisibili e subalterne.
In una società kosovara segnata da guerre recenti, speculazioni edilizie, malaffare e assenza di reali diritti civili, Vera diventa simbolo di resilienza e ostinata dignità. La macchina da presa le resta costantemente incollata, conferendole centralità e restituendo l’impressione che il suo punto di vista coincida con quello del film. Il sogno ricorrente del mare, che dà titolo all’opera, evoca un desiderio di evasione, libertà e apertura: un’utopia liquida che contrasta con l’asfissia del reale, in un paese privo persino di sbocchi geografici verso l’orizzonte. Due sequenze, quella nel bar “dei sordi” e quella, teatrale, finale, si fanno e faranno ricordare.