
Seconda opera del regista trentatreenne Ameer Fakher Eldin, è un film di diaspora e solitudine, di memoria e spaesamento, che riesce spesso a essere pura poesia visiva. In uno spazio isolato, la natura — incostante e minacciosa — diventa specchio della precarietà interiore del protagonista. C’è una mezz’ora di troppo e alcune sequenze possono apparire eccessivamente lente e “costruite”, ma Yunan resta un’opera intensa, capace di ricordare che, perfino nel gelo dell’esilio, può sempre accendersi una scintilla di speranza.