THE FAMILY GAME

Giappone, inizio anni 80′: un padre di famiglia assente (sia fisicamente che spiritualmente), assume un tutor per il minore dei due figli, con lo scopo di fargli superare l’esame di ammissione alla scuola superiore. L’arrivo dell’insegnante avrà effetti dirompenti sulle dinamiche familiari…
Pietra miliare del cinema giapponese, uno dei migliori film degli anni ’80, The Family Game si configura come una satira sottile e tagliente della famiglia giapponese tradizionale, smascherando con ironia e distacco i ruoli sociali imposti dalla rigida gerarchia culturale. Attraverso la vicenda della famiglia Numata, il film esplora l’alienazione e l’apatia generate dall’asservimento agli schemi prestazionali e alle aspettative esteriori, in particolare attraverso la figura del giovane Shigeyuki, il cui malessere interiore viene ignorato in favore di un conformismo superficiale. L’arrivo del tutor Yoshimoto, figura ambigua e perturbatrice, introduce un elemento di dissonanza che mette in luce l’ipocrisia e la fittizia armonia dell’ambiente familiare. Con uno stile visivo ricercato e una recitazione volutamente meccanica, Morita realizza una denuncia elegante e penetrante di una società giapponese anni ’80 in cui l’apparenza assume valore supremo a discapito dell’autenticità. Impeccabile il cast, geniali alcune intuizioni del regista (associare a ciascun personaggio del film un oggetto simbolico, rendere tutti i suoni inudibili, ad eccezione di quelli ambientali), finale memorabile. Il film si chiude con un’amara constatazione: nonostante il turbamento provocato dal “disturbatore”, la famiglia resta prigioniera di un destino immutabile, simbolo di un sistema sociale che sacrifica l’individuo sull’altare delle convenzioni (già allora, pensa oggi…)

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