BAREFOOT GEN

La più lucida e brutale, tra le opere nipponiche che raccontano l’orrore dell’olocausto nucleare. Ambientato a Hiroshima nell’agosto del 1945, il film segue lo sguardo di Gen Nakaoka, bambino testimone del disfacimento del mondo e insieme simbolo di una resilienza in fieri. La sua vicenda, tratta dal poderoso manga autobiografico Hadashi no Gen (1973–1987) di Keiji Nakazawa, si distingue per una tensione narrativa proiettata verso la sopravvivenza e la ricostruzione, in netto contrasto con la tragica chiusura circolare che contraddistingue l’analogo Una tomba per le lucciole di Isao Takahata.
La bomba – Little Boy – non è solo una presenza distruttiva, ma una creatura mostruosa, un’emanazione dell’infanzia distorta, quasi un’antitesi incarnata del piccolo Gen. Il film di Masaki rifiuta ogni sublimazione lirica: il disastro è restituito con piglio documentaristico, attraverso una messa in scena cromaticamente violenta e un’animazione nitida, spietata, che si pone nel solco di un realismo grafico affine al neorealismo cinematografico. Barefoot Gen, a quasi mezza secolo dalla sua realizzazione, resta una pietra angolare del cinema d’animazione giapponese sulla memoria bellica, tanto più se confrontato con le numerose trasfigurazioni simboliche della catastrofe atomica nell’anime postbellico – da Astro Boy a Akira, da Conan a Nausicaä. Invece di proiettare l’incubo nucleare in futuri distopici o derive fantascientifiche, Masaki mantiene lo sguardo saldo sul reale e sulle sue ferite ancora aperte.

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