TAKOPI’S ORIGINAL SIN

Nato dalla penna di Taizan5 e originariamente pubblicato su Shōnen Jump+, Takopi’s Original Sin è un’opera che si traveste da racconto per l’infanzia per poi colpire con l’implacabile durezza di un dramma psicologico. Al centro della narrazione si trova Takopi, un essere tentacolato di colore rosa, ambasciatore ingenuo del cosiddetto “Pianeta della Felicità”, giunto sulla Terra per dispensare gioia tramite gadget dal sapore fantascientifico. L’incontro con la piccola e malinconica Shizuka, bambina di nove anni prigioniera di un’esistenza segnata da abbandoni e vessazioni, innesca una spirale narrativa che presto abbandona i toni leggeri per addentrarsi in una zona oscura, costellata da dolore, abusi e colpe irredimibili. Il confronto con l’archetipo di Doraemon non è solo implicito: lo stesso autore riconosce nell’opera una forma di rielaborazione tragica del celebre gatto-robot. Ma laddove Doraemon proponeva soluzioni giocose ai problemi quotidiani, Takopi ci immerge in un mondo in cui gli stessi espedienti conducono a conseguenze irreversibili. I dispositivi “magici”, lungi dal portare armonia, innescano fratture temporali, tragedie familiari, e persino la morte.
L’intreccio si complica fino a raggiungere vertici quasi dostoevskijani: il passato si ripresenta in forma di loop temporale, rivelando un quadro ancora più devastante in cui la linea tra vittima e carnefice si sfuma. Takopi stesso, perduta la memoria, si scopre artefice involontario di un disegno tragico, ritrovandosi a dover espiare il proprio “peccato originale” attraverso un atto di annientamento salvifico.
Il finale, pur ammantato da una lieve aura di speranza, rifiuta qualunque forma di consolazione semplicistica: la redenzione, se esiste, passa attraverso il dolore, il sacrificio e una consapevolezza maturata nella disillusione. È proprio in questa tensione tra innocenza infranta e possibilità di rinascita che si situa la forza più autentica dell’opera.
Dal punto di vista tecnico, Takopi si distingue per un comparto visivo curato e poetico, in cui la delicatezza dei tratti, la palette cromatica e il contrasto tra luci estive e tenebre interiori rafforzano il senso di dissonanza. La regia di Shin’ya Iino dosa con precisione le pause e i silenzi, mentre la colonna sonora di Yoshiaki Fujisawa amplifica con discrezione l’oscillazione emotiva della storia.
In definitiva, Takopi’s Original Sin non indulge nel compiacimento del dolore, ma lo impiega come lente spietata per interrogare il mondo adulto, le sue omissioni e la possibilità, per chi sopravvive, di spezzare il ciclo. Una parabola cupa, ma necessaria, che si rivolge non solo allo spettatore, ma anche alla sua coscienza.

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