
L’intreccio si complica fino a raggiungere vertici quasi dostoevskijani: il passato si ripresenta in forma di loop temporale, rivelando un quadro ancora più devastante in cui la linea tra vittima e carnefice si sfuma. Takopi stesso, perduta la memoria, si scopre artefice involontario di un disegno tragico, ritrovandosi a dover espiare il proprio “peccato originale” attraverso un atto di annientamento salvifico.
Il finale, pur ammantato da una lieve aura di speranza, rifiuta qualunque forma di consolazione semplicistica: la redenzione, se esiste, passa attraverso il dolore, il sacrificio e una consapevolezza maturata nella disillusione. È proprio in questa tensione tra innocenza infranta e possibilità di rinascita che si situa la forza più autentica dell’opera.
Dal punto di vista tecnico, Takopi si distingue per un comparto visivo curato e poetico, in cui la delicatezza dei tratti, la palette cromatica e il contrasto tra luci estive e tenebre interiori rafforzano il senso di dissonanza. La regia di Shin’ya Iino dosa con precisione le pause e i silenzi, mentre la colonna sonora di Yoshiaki Fujisawa amplifica con discrezione l’oscillazione emotiva della storia.
In definitiva, Takopi’s Original Sin non indulge nel compiacimento del dolore, ma lo impiega come lente spietata per interrogare il mondo adulto, le sue omissioni e la possibilità, per chi sopravvive, di spezzare il ciclo. Una parabola cupa, ma necessaria, che si rivolge non solo allo spettatore, ma anche alla sua coscienza.