
Premiato al Festival di Rotterdam con il Tiger Award, il secondo lungometraggio del regista – dopo l’esordio ancora acerbo The Slight Fever of a 20-Year-Old – segna una maturazione evidente, esplorando la vertigine dei sentimenti nei tardi anni dell’adolescenza con uno sguardo partecipe e privo di moralismi.
Al centro della narrazione c’è Shuji, diciassettenne introverso e confuso, segretamente innamorato dell’amico Hiroyuki. La scoperta di questo amore – celato, sofferto, travolgente – si intreccia alla figura enigmatica di Kasane, nuova arrivata nella scuola, segnata da un passato traumatico. Tra i tre nasce un legame ambiguo, fatto di empatia, tensione erotica e rivelazioni dolorose, che sfocia in una triangolazione affettiva tanto bizzarra quanto emotivamente autentica.
Hashiguchi evita con eleganza i cliché scolastici, dando vita a personaggi riconoscibili ma mai stereotipati. La scrittura è punteggiata da momenti di sottile umorismo e lo stile registico, visivamente composto e misurato, conferisce al film un ritmo interno coeso e contemplativo, nonostante la durata superiore alle due ore.
Il risultato è un’opera di rara delicatezza, capace di sfiorare le corde più intime dello spettatore senza mai forzare la mano, grazie anche all’intensa naturalezza del giovane cast. Un film che parla di desideri inespressi, ferite silenziose e tentativi disperati di essere visti, compresi, amati. Memorabile, tra le tante, la lunga sequenza finale sulla spiaggia.