
Ambientato in un vetusto ryokan immerso nei boschi della prefettura di Kyoto, il film segue Mikoto, giovane dipendente che, durante una breve pausa sul fiume Kibune, si ritrova inspiegabilmente intrappolata in un ciclo temporale condiviso con ospiti e colleghi. A ogni azzeramento, la memoria resta intatta, ma corpi e situazioni tornano al punto di partenza, offrendo ai personaggi un raro interstizio di sospensione per riconsiderare legami, scelte e identità.
La struttura si inscrive in una tradizione nipponica che usa il viaggio nel tempo non tanto per esercizi di fantascienza, quanto per interrogare il destino e le relazioni umane. Qui, però, Yamaguchi innesta il congegno su una coralità di microstorie — uno scrittore in ritardo con la consegna, due amici che si confrontano su un passato irrisolto — senza perdere di vista il nucleo emotivo incarnato da Mikoto, interpretata con fine equilibrio da Fujitani Riko.
A conferire unicità all’opera è anche il contesto visivo: il ryokan avvolto dalla neve, lontano dai consueti scenari urbani del cinema indipendente giapponese, diventa uno spazio sospeso, quasi extratemporale, che amplifica il fascino e la delicatezza del racconto.
Ancora più rifinito e disteso del suo predecessore, River conferma Yamaguchi come autore capace di coniugare invenzione concettuale, ritmo brillante e leggerezza formale. Un’evoluzione naturale dopo Beyond the Infinite Two Minutes, e un segnale incoraggiante per un possibile terzo capitolo della sua filmografia.