MIDORI, LA RAGAZZA DELLE CAMELIE

Nel 1932 Tod Browning scriveva una pagina di cinema indimentcabile con Freaks; sessant’anni dopo, nel 1992, Hiroshi Harada fa lo stesso con Midori, la ragazza delle camelie, tratto dal manga di Suehiro Maruo e universalmente riconosciuto come una delle opere più estreme mai prodotte dall’animazione nipponica. Con un linguaggio visivo che rievoca l’animazione anni Settanta, debitore a Kanashimi no Belladonna, Harada fonde sperimentalismo povero e intensità iconografica: inquadrature oblique, primi piani soffocanti, ritmo rarefatto che esalta la natura claustrofobica del racconto. Le musiche di J.A. Seizer, solenni e arcaiche, amplificano il carattere ipnotico e rituale delle immagini, culminando in una sequenza finale che rende palpabile la metafora buddhista del mondo illusorio. Ben lontano dal semplice orrore di consumo, il film dispiega una poetica macabra e visionaria, ove la vicenda della giovane Midori – ridotta in schiavitù in un circo di freaks, vittima di abusi e crudeltà – assurge a metafora della perdita dell’innocenza nel crudele teatro dell’esistenza. Un’opera allo stesso tempo repellente e magnetica, nella quale l’orrore si fa veicolo di riflessione metafisica e il disgusto diviene paradossale forma di bellezza.

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