METROPOLIS

Anime di smisurate ambizioni, nato dall’incontro di tre figure capitali dell’animazione giapponese: il produttore Toshio Suzuki, il regista Rintarō e lo sceneggiatore Katsuhiro Ōtomo. Ispirato tanto al capolavoro espressionista di Fritz Lang quanto al manga di Osamu Tezuka del 1949, l’opera si proponeva come un monumento della fantascienza animata, ma si rivelò un risultato solo parzialmente compiuto, schiacciato dal peso delle proprie aspirazioni.
Ambientato in una città futurista stratificata e oppressiva, il film intreccia il destino dell’androide Tima, inconsapevole creatura modellata sulle fattezze di una figlia perduta, con quello del detective Ban e del nipote Kenichi, sullo sfondo di trame politiche, disparità sociali e conflitti fra scienza e potere. Le tematiche – coscienza robotica, disuguaglianza, macchinazioni totalitarie – riflettono con chiarezza l’impronta di Ōtomo, al punto che l’opera appare più sua che di Rintarō.
Se da un lato l’impianto narrativo risente di eccessive sottotrame e di un certo didascalismo, dall’altro il film affascina per la potenza visionaria: la città brulicante, i fondali cromaticamente ricchi, le sequenze di massa segnate da un lirismo quasi apocalittico richiamano da vicino l’universo di Akira. L’uso poetico della neve, che cala a velare un mondo lacerato, ne è l’emblema.
Opera imperfetta, dunque, ma di grande rilievo storico: Metropolis rimane un esperimento utopico e coraggioso, testimonianza di un passaggio epocale nell’animazione nipponica, capace di influenzare opere successive come Innocence di Mamoru Oshii e di riaffermare l’animazione come luogo privilegiato della visione impossibile.

Lascia un commento