
Ambientato in una città futurista stratificata e oppressiva, il film intreccia il destino dell’androide Tima, inconsapevole creatura modellata sulle fattezze di una figlia perduta, con quello del detective Ban e del nipote Kenichi, sullo sfondo di trame politiche, disparità sociali e conflitti fra scienza e potere. Le tematiche – coscienza robotica, disuguaglianza, macchinazioni totalitarie – riflettono con chiarezza l’impronta di Ōtomo, al punto che l’opera appare più sua che di Rintarō.
Se da un lato l’impianto narrativo risente di eccessive sottotrame e di un certo didascalismo, dall’altro il film affascina per la potenza visionaria: la città brulicante, i fondali cromaticamente ricchi, le sequenze di massa segnate da un lirismo quasi apocalittico richiamano da vicino l’universo di Akira. L’uso poetico della neve, che cala a velare un mondo lacerato, ne è l’emblema.
Opera imperfetta, dunque, ma di grande rilievo storico: Metropolis rimane un esperimento utopico e coraggioso, testimonianza di un passaggio epocale nell’animazione nipponica, capace di influenzare opere successive come Innocence di Mamoru Oshii e di riaffermare l’animazione come luogo privilegiato della visione impossibile.