Un po’ come accadde a Francis Ford Coppola con Apocalypse Now, anche Fitzcarraldo rappresentò per Herzog la metafora della propria stessa lavorazione. L’epopea del visionario impresario che sogna di edificare un teatro dell’opera nel cuore dell’Amazzonia si sovrappone in maniera quasi speculare alla titanica impresa del regista, che tra il 1978 e il 1982 affrontò difficoltà logistiche, scontri con le popolazioni locali, problemi di produzione e un set al limite dell’impossibile. Il trasporto reale di una nave attraverso una montagna diventa così il gesto emblematico di un cinema che rifiuta scorciatoie e simulazioni, restituendo alla finzione la concretezza del documentario. Herzog e Fitzcarraldo si specchiano l’uno nell’altro: entrambi sognatori, entrambi ostinati, entrambi pronti a sacrificare ogni cosa pur di dare corpo a un’impresa che sembrava irrealizzabile. La scelta di Klaus Kinski, chiamato in extremis dopo l’abbandono di Jason Robards e Mick Jagger, si rivela decisiva: il suo sguardo febbrile incarna alla perfezione la follia e la grandezza del protagonista, consegnando al cinema una delle interpretazioni più memorabili di sempre. Oggi, a oltre quarant’anni dall’uscita, Fitzcarraldo resta testimonianza unica di un atto creativo compiuto contro ogni previsione, monumento all’ostinazione visionaria e al genio che sa trasformare l’impossibile in immagine. E d’altra parte, “Chi sogna può muovere le montagne”…