
Jonathan Harker, febbricitante di ritorno dal suo viaggio, si trasfigura in vampiro e diventa egli stesso il nuovo Nosferatu: il male si tramanda, non si sconfigge. La sua cavalcata finale, illuminata dal sole che non consuma più il mostro, mostra un demoniaco ormai evoluto, invulnerabile persino alla luce del giorno.
Herzog, dialogando con Murnau, erige un cupo oratorio filosofico: il martirio non redime, la società corrotta si consegna alla propria rovina. La piazza infestata da ratti e maiali diventa emblema di una borghesia occidentale che tratta con il Male come con una merce, fino a celebrarne la pestilenza in una festa grottesca.
L’incipit con le mummie di Guanajuato imprime sin dall’inizio il sigillo della putrefazione: corpi reali che diventano icone deformi, presagio di un mondo che consuma se stesso. Così, mentre la modernità si illude di progredire, Herzog rivela l’unica vera continuità: quella del vampiro, che muta forma e resiste a ogni cataclisma, incarnando l’eternità del Male e l’illusoria fragilità dell’uomo.