
Ancora una volta lo spazio carcerario è il fulcro di un film di Leonardo Di Costanzo: là dove (l’ottimo) Ariaferma esplorava le dinamiche di potere in un penitenziario claustrofobico, qui un carcere svizzero, luminoso e quasi residenziale, diventa specchio della protagonista, donna condannata per aver ucciso la sorella.
Il racconto si costruisce come dialogo serrato tra Elisa e un criminologo (Roschdy Zem, sempre impeccabile), che cerca di penetrare i recessi della sua mente. Flashback e confessioni scandiscono il flusso narrativo, riportando in superficie un delitto apparentemente inspiegabile, nato non da marginalità sociale o cause deterministiche, bensì da un corto circuito emotivo e percettivo. Di Costanzo riflette su un’amara verità: ogni essere umano porta in sé una potenzialità oscura, pronta a manifestarsi.
Di Costanzo adotta uno sguardo umanista: indagare il reo significa interrogare la condizione di tutti, giacché il carcere non è mera punizione ma occasione di conoscenza e, forse, di riscatto. In contrappunto si erge la voce di una madre (Valeria Golino) che ha perso un figlio assassinato: per lei comprendere gli autori del crimine è intollerabile, quasi una nuova condanna. Il film dunque solleva questioni fertili – colpa, perdono, memoria – anche se non sempre riesce a tradurle in tensione visiva. Bravissima la Ronchi, sicuramente meritevole di un premio a Venezia.