Adeguatamente incomprensibile, come tutti i film del regista, da solo o in coppia con Ciprì, l’opera si presenta come un viaggio labirintico che intreccia autobiografia, indagine e parodia della stessa idea di cinema. Il film, attraversato da figure-simbolo come Carmelo Bene, Franco Scaldati e Antonio Rezza, si colloca come atto di resistenza contro la sterilità dell’immaginario contemporaneo. Le scenografie si restringono progressivamente da spazi aperti a luoghi claustrofobici, sino a rievocare la minuscola sede di Tvm: ritorno ironico e doloroso alle origini, sempre in bilico tra comicità grottesca e lampi di tragedia. Impossibile però non sghignazzare selvaggiamente nel prefinale marzullesco. A suo modo geniale, ma prevedibilmente non per tutti.