Nel 1986 Lynch creò uno squarcio inquieto nell’ordito apparentemente immacolato della provincia americana. Sin dall’incipit — quel giardino ben potato, l’annaffiatoio che zampilla, l’uomo che crolla all’improvviso sul prato — Lynch innesta nello spettatore un sospetto: sotto la superficie patinata della normalità, giace qualcosa di inconfessabile, un verminaio che serpeggia tra i fili d’erba. La regia costruisce con precisione chirurgica un contrasto tra la quiete artificiale di Lumberton e la deriva perturbante che vi si cela. Lynch rese visibile l’ombra che pulsa sotto la superficie della normalità con un’indagine sul desiderio e sulla corruzione, sulla tensione tra luce e buio che abita ogni individuo.