
Pietro Marcello abbandona le libertà sperimentali di Martin Eden e Le vele scarlatte per firmare un’opera solo in apparenza più convenzionale: un biopic che, più che ricostruire fedelmente la vita della Divina Eleonora, ne evoca il crepuscolo come una rêverie perturbata e febbrile. Ambientato tra il 1918 e il 1923, negli anni della risalita dell’attrice e del collasso degli ideali ottocenteschi, il film affianca al disfacimento storico — guerra, crisi del teatro, ascesa del fascismo — il lento spegnersi del corpo di Duse, divorato dalla tubercolosi ma incapace di rinunciare al palcoscenico, unico luogo in cui ancora possa incarnarsi pienamente. Marcello non insegue la cronaca ma l’essenza: Duse non è raccontata diacronicamente, bensì condensata in frammenti visionari, sospesa fra vita e arte, come un fantasma che abita il teatro mentre il mondo reale sprofonda. A dominare sono i duetti folgoranti con giovani attrici, i racconti notturni intrisi di orrore, l’incontro con Sarah Bernhardt, fino al contrastato rapporto con la figlia Enrichetta e con la devota accompagnatrice Désirée, che sacrifica sé stessa alla sua idolatria.
Il film vibra nei momenti in cui interroga il ruolo dell’Arte in tempi di rovina, contrapponendo alla brutalità della nuova epoca la sopravvivenza effimera ma necessaria del gesto teatrale. Valeria Bruni Tedeschi, magnetica e fragile, regge l’intero impianto con un’interpretazione “assoluta” (pazzesco che non abbia ricevuto riconoscimenti a Venezia) che svaria tra bagliori potenti e una malinconia cineraria che la rende singolare e inquieta.