FATHER

Con Father, la regista slovacca Tereza Nvotová affronta un dramma familiare di disarmante semplicità e devastante portata: l’errore di un padre che, sopraffatto da stress lavorativo e pressioni quotidiane, dimentica la figlia di due anni in auto durante una torrida giornata estiva. L’incidente, che segna in modo irreversibile il destino della bambina e della sua famiglia, diventa il detonatore di una riflessione sulla colpa, sul lutto e sulla fragilità delle relazioni umane.
Attraverso la figura di Michal (Milan Ondrík, assolutamente monumentale, assurdo che non abbia ricevuto un premio a Venezia), direttore di un piccolo giornale sull’orlo del fallimento, il film mostra come la routine, il logoramento psicologico e le responsabilità concatenate possano generare un “vuoto mentale” capace di trasformarsi in tragedia. La regia di Nvotová, sostenuta dai lunghi piani sequenza di Adam Suzin e dalle sonorità disturbanti di Jonatán Pastircák, traduce lo stato di confusione, dolore e smarrimento dei protagonisti in un linguaggio visivo e sonoro che amplifica la tensione emotiva.
La seconda parte del film si sposta dalle convulsioni immediate del lutto al più gelido terreno giudiziario e mediatico: Michal deve affrontare il processo e la condanna morale di un Paese intero, mentre il suo matrimonio con Zuzana (Dominika Morávková) si sgretola fra rancore, silenzi e un’assenza impossibile da colmare. Il tema del cosiddetto “forgotten baby syndrome” – quando la mente, in modalità automatica, cancella dall’orizzonte un elemento non abituale – conferisce al racconto una dimensione universale, trasformando il caso singolo in monito collettivo.
Father si impone così come il lavoro più compiuto di Nvotová: un’opera imperfetta ma potente, capace di unire rigore narrativo e ricerca formale, e di restituire al pubblico un’esperienza tanto dolorosa quanto necessaria. Candidato all’Oscar 2026 come miglior film internazionale per la Slovenia.

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