DIVINE COMEDY

Un regista quarantenne, stanco di vedersi rifiutare dalle autorità iraniane il permesso di proiettare il proprio film, decide di trovare “strade alternative” per farlo vedere al pubblico.
Sapiente e spassosa satira dell’Iran attuale, compresso tra pulsioni modernissime e tradizioni arcaiche, che richiama le opere di Allen e Moretti. Le obiezioni mosse al regista oscillano tra il ridicolo e l’ideologico: dalla presenza di un cane, considerato impuro dai settori più conservatori, all’uso della lingua azera, percepita come minaccia identitaria più che come semplice scelta artistica. Persino il censore, pur manifestando cultura e apertura, diventa figura paradossale, citando L’ultima tentazione di Cristo di Scorsese – bandito tanto in Occidente quanto in Iran – come modello di libertà linguistica. Il titolo stesso, che gioca sulla duplice eco di Dante e sulla nozione di “commedia divina”, rievoca tensioni culturali e religiose, mentre l’opera dissemina riferimenti letterari e cinefili: dal poeta fiorentino evocato in provini e nomi di locali, fino alle icone del cinema mondiale, da Godard a Matrix. L’andirivieni tra riflessione e parodia si concretizza anche nella scelta di mostrare gli animali come spettatori privilegiati, in un film che sottolinea le ipocrisie di una censura ossessiva quanto anacronistica. Accanto a questo filone metacinematografico emerge anche una riflessione sulla modernità iraniana: le immagini di Bahram e della produttrice Sadaf in scooter – rosa, guidato da una donna con ciocche blu visibili sotto il velo – incarnano una rottura radicale con la tradizione. Un altro splendido film di Asgari, dopo gli ottimi Kafka a Teheran e La bambina segreta.

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